Lavoro: Confesercenti, tendenza al miglioramento. Ma persiste disallineamento tra domanda e offerta

Nel commercio e servizi a fronte di 4 milioni di posizioni richieste, le imprese faticano a trovare candidati con competenze adeguate

La tendenza al miglioramento dell’andamento del mercato del lavoro – confermata dai dati diffusi da Istat nel terzo trimestre – è da accogliere con favore: le rilevazioni evidenziano ancora una crescita economica caratterizzata da un elevato contenuto occupazionale, con una domanda di lavoro, in particolare, che non mostra segni di rallentamento e continua a crescere a ritmi superiori rispetto al PIL. Tuttavia, questa sostenuta domanda comincia a confrontarsi con una minore disponibilità di manodopera inutilizzata, un fatto confermato dalla costante discesa del tasso di disoccupazione, che negli ultimi mesi si è stabilizzato intorno al 6%.

Così Confesercenti in una nota.

I dati confermano questo trend positivo del mercato del lavoro, con un aumento delle ore lavorate pari allo 0,7% su base trimestrale, che si traduce in una variazione del 2% su base annua. D’altro canto, ad una domanda crescente di lavoro si contrappone la rilevazione di una mancanza di manodopera disponibile che non sia già occupata: rispetto a questo, si evidenzia una forte differenza territoriale, con diverse aree del Paese in cui la “riserva” di lavoratori disponibili si è esaurita.

Assistiamo dunque ad un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, un fenomeno che per le imprese del terziario e del turismo è diventato una vera e propria emergenza strutturale. A fronte di quasi 4 milioni di posizioni richieste nei prossimi anni – come abbiamo sottolineato recentemente – le nostre imprese faticano a trovare candidati con le competenze adeguate: non è un caso che le nostre federazioni dei pubblici esercizi e della ricettività denuncino da tempo una cronica mancanza di personale ed il rischio conclamato di una spirale negativa del mondo del lavoro. In settori ad alta intensità di relazione – come commercio, ristorazione e ospitalità – questo deficit rischia di diventare un limite strutturale e non solo un problema di organico, ed è un freno diretto alla competitività, un costo implicito che, in termini di minor valore aggiunto, si misura in decine di miliardi di euro. E la causa non è solo legata alla carenza di candidati dovuta all’inverno demografico, ma anche ad una profonda inadeguatezza formativa, con un sistema scolastico e di formazione professionale che fatica a dialogare con il mondo dell’impresa e ad intercettare i bisogni di un mercato rivoluzionato dalla doppia transizione digitale ed ecologica. Micce accese che rischiano, insieme ad inflazione e ad un sistema contrattuale sempre più esposto al dumping, di erodere il valore del lavoro, indebolendo tanto i lavoratori quanto le imprese.

 

 

 

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